Ruffini Up&Down

Il conduttore, attore e regista livornese in tournée teatrale insieme ai ragazzi della compagnia Mayor Von Frinzius

Paolo Ruffini con Simone Cavaleri © Chiara Calabrò / In cover © Teo Di Biase e Mario Iovinella

di Silvia Del Vecchio

«Siamo tutti up e tutti down, la vita è fatta di alti e bassi, l’importante è saperla prendere e non essere disabili alla felicità». Va subito dritto al punto Paolo Ruffini raccontando lo show teatrale Up&Down, a cui è profondamente legato. Cinque anni fa a Livorno ha assistito allo spettacolo della Compagnia Mayor Von Frinzius di Lamberto Giannini, che vedeva in scena una novantina di attori, di cui la metà ragazzi con la Sindrome di Down. Da quel momento ha deciso di lavorare a un progetto teatrale insieme a loro.

Ed è nato il primo spettacolo, Un grande abbraccio. Poi cosa è successo?
Abbiamo lavorato tanto finché la scorsa primavera siamo riusciti a portare al Teatro Sistina di Roma Up&Down, con cui ora torniamo in tournée. Inoltre, durante i backstage e i viaggi è nato un film documentario, che fra l’altro ha ricevuto il Premio Kinéo alla Mostra del Cinema di Venezia. Partendo da dietro le quinte, Up&Down - Un film normale racconta la storia di questi attori.

Tornando allo show teatrale, siete partiti il 6 novembre dal Brancaccio di Roma.
Si, poi il 13 siamo al Politeama di Genova, il 14 all’Alfieri di Torino, il 20 al Verdi di Firenze e il 29 al Teatro Celebrazioni di Bologna. In più, il 26 torniamo al Brancaccio per festeggiare i miei 40 anni sul palco, mi faccio davvero un mega regalo. È un happening comico ed emozionante che parla di bellezza e diversità. In breve, mentre presento il mio one man show, i ragazzi irrompono sul palco e inizia una vera e propria opera di sabotaggio. Si alternano sei attori tra Erika Bonura, David Raspi, Giacomo Scarno, Federico Parlanti, Andrea Lo Schiavo, Giacomo Lagorio e Simone Cavaleri, dimostrando tutti di essere più abili di me in diverse discipline.

Ma non è uno spettacolo di beneficenza.
Assolutamente no, è commerciale e fuori abbonamento. Chi viene a vederci deve sceglierci liberamente, valorizziamo l’indipendenza artistica, la parità, lo show popolare. Ma è molto più di uno show, è un’esperienza sempre diversa in cui l’interazione con il pubblico e l’improvvisazione vincono assolutamente. E si chiude con la commozione di tutte le persone in sala strette in un grande abbraccio.

Per te ora è difficile vivere senza di loro.
Non riesco quasi più a lavorare con persone “abili”. È più divertente e stimolante interagire con chi ha la Sindrome di Down piuttosto che con chi è “in down” veramente, questi ragazzi hanno una confidenza con la felicità che spesso manca a molti. In un momento in cui si parla più di reality che di realtà e di social più che di sociale, fare uno spettacolo del genere è una grande opportunità. È un’impresa teatrale che valorizza la parità senza pietismo, perché nella vita, per fortuna, si può avere anche un altro tipo di approccio. E io li ringrazio ogni giorno perché rischiavo di rimanere ore con la testa chinata sullo smartphone.

NOTE 25 dell’8 novembre 2018